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giovedì, 21 Ottobre 2021
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I fanciulli – don Primo Mazzolari

Nel descrivere l’ingresso di Cristo in Gerusalemme, nessuno dei quattro evangelisti fa posto ai fanciulli. Parlano soltanto dei “discepoli”, del “popolo”, della “moltitudine”.
Invece, la liturgia, nei canti processionali e nelle preghiere, li mette davanti. I fanciulli danno “decoro” e “voce” ai canti dell’accoglienza: distendono sulle strade, per dove passa il Signore, i loro manti: portano in mano rami d’ulivo. L’anima, e forse anche l’iniziativa, dello spontaneo e confidenziale trionfo, che fa da prologo alla grande settimana del Signore, la dobbiamo a loro.

La gente seria, se non è comandata o in rivolta, non dà dimostrazioni di giubilo disinteressato e pericoloso. Ha una sua compostezza, un suo decoro, da tutelare.
Vedete che neanche in chiesa si accomuna al canto e alla preghiera.
Lo spirito liturgico urta contro questa ostentazione di superiorità, che, per paura d’impegnarsi, diventa subito assenza.

Ci vuole sempre un fanciullo che incominci, o qualcuno che lo è diventato per grazia.
La Maddalena, in casa di Simone il lebbroso, ha fatto una cosa buona, tanto buona che dovunque sarà predicato il Vangelo sarà raccontato anche ciò ch’ella ha fatto quel giorno.
Anche i fanciulli ebrei hanno fatto una cosa buona: anche se hanno danneggiato qualche ulivo o sciupato qualche mantello.
Ci hanno messo tanta spontanea bontà, che perfino Gesù, così schivo di popolarità, finisce per accogliere, sorridendo, l’omaggio. “Se non diventerete come uno di questi piccoli – aveva detto un giorno – non entrerete nel Regno dei Cieli”.
Come ama i fanciulli il Signore!
Perché non calcolano, perché non hanno false paure, perché non prendono misura sulle nostre umane prudenze.
Il loro osanna è veramente pio, la loro devozione è veramente uno slancio acceso del cuore capace di tutti gli impegni. Il bieco fariseo e il grasso sadduceo avranno guardato con torvo disprezzo l’insignificante rivoluzione, fatta con rami d’ulivo e canti di fanciulli: ma il cuore del Signore ne trema ancora di commozione e di consolazione.