domenica, 8 Febbraio 2026
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la prima Omelia del Santo Padre Leone XIV


«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Con queste parole Pietro, interrogato
dal Maestro, assieme agli altri discepoli, circa la sua fede in Lui, esprime in sintesi il patrimonio che
da duemila anni la Chiesa, attraverso la successione apostolica, custodisce, approfondisce e trasmette.
Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del
Padre.
In Lui Dio, per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi
di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo (cfr CONC. VAT.
II, Cost. Past. Gaudium et spes, 22), fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo
glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla
promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità.
Pietro, nella sua risposta, coglie tutte e due queste cose: il dono di Dio e il cammino da
percorrere per lasciarsene trasformare, dimensioni inscindibili della salvezza, affidate alla Chiesa
perché le annunci per il bene del genere umano. Affidate a noi, da Lui scelti prima che ci formassimo
nel grembo materno (cfr Ger 1,5), rigenerati nell’acqua del Battesimo e, al di là dei nostri limiti e
senza nostro merito, condotti qui e di qui inviati, perché il Vangelo sia annunciato ad ogni creatura
(cfr Mc 16,15).
In particolare poi Dio, chiamandomi attraverso il vostro voto a succedere al Primo degli
Apostoli, questo tesoro lo affida a me perché, col suo aiuto, ne sia fedele amministratore (cfr 1Cor
4,2) a favore di tutto il Corpo mistico della Chiesa; così che Essa sia sempre più città posta sul monte
(cfr Ap 21,10), arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del
mondo. E ciò non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue
costruzioni – come i monumenti in cui ci troviamo –, quanto attraverso la santità dei suoi membri, di
quel «popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato
dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9).
Tuttavia, a monte della conversazione in cui Pietro fa la sua professione di fede, c’è anche
un’altra domanda: «La gente – chiede Gesù –, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13). Non
è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui
viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni.
«La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13). Pensando alla scena su cui stiamo
riflettendo, potremmo trovare a questa domanda due possibili risposte, che delineano altrettanti
atteggiamenti.
C’è prima di tutto la risposta del mondo. Matteo sottolinea che la conversazione fra Gesù e i
suoi circa la sua identità avviene nella bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi
lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon, ma anche sede di
circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà. Questa immagine ci parla di un mondo
che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso,
che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua
presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo “mondo”
non esiterà a respingerlo e a eliminarlo.
C’è poi l’altra possibile risposta alla domanda di Gesù: quella della gente comune. Per loro il
Nazareno non è un “ciarlatano”: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose
giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele. Per questo lo seguono, almeno finché possono
farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento
del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi.
Colpisce, di questi due atteggiamenti, la loro attualità. Essi incarnano infatti idee che
potremmo ritrovare facilmente – magari espresse con un linguaggio diverso, ma identiche nella
sostanza – sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo.
Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per
persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la
tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere.
Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede
è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo,
sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la
perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle
sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e
non poco.
Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto
solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma
anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto.
Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco,
siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale
ripetere: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).
È essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un
quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra
appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia (cfr CONC. VAT. II, Cost. Dogm. Lumen
gentium, 1).
Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio la mia missione
di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale,
secondo la celebre espressione di Sant’Ignazio di Antiochia (cfr Lettera ai Romani, Saluto). Egli,
condotto in catene verso questa città, luogo del suo imminente sacrificio, scriveva ai cristiani che vi
si trovavano: «Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio
corpo» (Lettera ai Romani, IV, 1). Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo – e così avvenne –, ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella
Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia
conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità
di conoscerlo e amarlo.
Dio mi dia questa grazia, oggi e sempre, con l’aiuto della tenerissima intercessione di Maria
Madre della Chiesa.