lunedì, 9 Febbraio 2026
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OMELIA 10 LUGLIO 2025


Perché mettere queste immagini vicino ai luoghi dove passano e dove sostano le persone?
Per richiamare, per quanto è possibile, un momento di riflessione e di preghiera.
Quando discutevamo su cosa mettere come immagine in questa occasione, ho subito pensato a san Giuseppe,il patrono della nostra Chiesa universale.
Ho pensato poi a Giotto, tra i pittori più conosciuti (vedi basilica di san Francesco e la cappella degli Scrovegni) un particolare della fuga in Egitto.
Il nostro patrono è anche invocato come patrono dei migranti.
Come scriveva il Papa Benedetto XVI:” San Giuseppe si trova nella condizione dell’emigrante, del rifugiato politico, costretto a fuggire per proteggere la sua famiglia. È l’emblema di quanti oggi cercano un rifugio da guerre, persecuzioni e miseria.”(Caritas in Veritate)
Noi siamo quasi tutti figli di emigrati. La nostra terra è stata e lo è ancora una terra di emigranti.
Nello stesso tempo sta diventando un luogo di accoglienza di altri emigrati e rifugiati (che è un’altra esperienza di emigrazione).
Non dimentichiamo chi siamo.
Papa Francesco ce lo ricorda :“I migranti sono nostri fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà, dalla fame, dallo sfruttamento e dall’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, che equamente dovrebbero essere divise tra tutti.”
Non cadiamo nell’errore di sostenere anche noi quelle frasi e quei pensieri che chiudono il nostro cuore all’accoglienza. Nel tempo ho notato che coloro che vivono questa chiusura, sono proprio gli emigrati o i figli degli emigrati.
Ricordo anni fa la storia di un mio compaesano che mi diceva che una volta è andato in Svizzera e, come si fa di solito, i paesani prima della partenza dicono: ”Se hai bisogno chiama ecc…”
Un giorno era in difficoltà ed andò a bussare alla porta di questo amico. Si accorse che era dietro la porta, ma non gli aprì e lui si mise a piangere nel vedersi solo in una città straniera, non solo per la lingua, ma per quel sentirsi estraneo al tutto.
San Giuseppe, insieme a Maria e a Gesù Bambino, ha vissuto questa “amara” esperienza di lasciare la propria terra.
Fuggire da un dittatore, e poi la paura del ritorno, se ricordiamo il vangelo ”Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele.
Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi.
Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret”
(Mt 2,19-3).
È un grande uomo di fede. Si affida a Dio ed affida non solo la sua vita, ma quella della sua famiglia.
Pensiamo alle nostre storie, ai nostri padri che hanno lasciato tutto e che hanno rischiato non solo per se stessi.
Pensiamo alle nostre madri che hanno dovuto fare “da papà e mamma nello stesso tempo”.
Così avviene tutt’ora nel mondo dei poveri.
Molte volte rivolgo la provocazione ai papà dicendo loro: ”Esclusa la notte quando dormono, ma tu i tuoi figli, in un giorno quanto li vedi?”
Pensate per un attimo e fate il conto.