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sabato, 8 Agosto 2020
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PATERNITÀ E APPARTENENZA(testo scuola di comunità 1^ parte)

PATERNITÀ E APPARTENENZA
Parola tra noi

L’intervento di Luigi Giussani al Convegno su “Paternità di Dio e paternità della famiglia”, organizzato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia
Città del Vaticano, 4 giugno 1999

«Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le Tue opere, Tu mi conosci fino in fondo. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i Tuoi occhi e tutto era scritto nel Tuo libro; i miei giorni erano fissati quando ancora non ne esisteva uno» (Sal 139,13-16).

L’uomo dipende, non solo in qualche aspetto dell’esistenza, ma in tutto: chiunque osserva la propria esperienza può scoprire l’evidenza di una dipendenza totale da un Altro che ci ha fatti, ci fa e continuamente ci conserva nell’essere.
La Bibbia descrive con parole mirabili l’appartenenza radicale dell’uomo al suo Creatore. La dignità della creatura è indicata dal Salmo 8:«Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno di Te, di gloria e di onore lo hai coronato» (Sal 8,5s.). È nell’uomo che si manifesta la paternità di Dio per tutto il cosmo, paternità verso l’uomo come vertice cosciente e libero del creato.
L’uomo non c’era e ora c’è; domani non sarà più: dunque dipende. O dipende dal flusso dei suoi antecedenti biologici e storici, e allora sarà schiavo del potere; o dipende da Ciò che sta all’origine del dinamismo di tutto il reale, cioè da Dio.
La cultura moderna, che ha estromesso la tradizione dal proprio orizzonte di pensiero e di azione, ha operato la distruzione del valore di una appartenenza, sostituendo ad essa una libertà come non-adesione al Padre, divenendo così sorgente di menzogna.
Se c’è l’appartenenza a Dio, allora è impossibile che non si senta ciò che Dio ha fatto prima di noi: il Padre che è nei cieli e il padre e la madre storici che ci hanno dato la vita.
La prima appartenenza, fisiologicamente e socialmente parlando, è quella del genitore. Dio ci è dato attraverso padre e madre.

Gesù di Nazareth, Figlio del Padre, in ogni pagina del Vangelo, mostra la paternità infinita di Dio come la radice profonda del suo stesso operare nel mondo. Come, per esempio, quel giorno in cui andava lungo i campi della Palestina con i suoi discepoli; passando per Nain si imbatté in un funerale: una madre vedova accompagnava alla sepoltura il figlio morto. Gesù si avvicinò a lei e disse parole che nessun uomo avrebbe potuto concepire in quella circostanza: «Donna, non piangere!», quasi abbracciandola con tenerezza sconfinata. E subito dopo le restituì il figlio vivo (cfr. Lc 7,11-15).
Che cosa possono desiderare un padre e una madre se non di potere guardare e trattare i propri figli con questo sguardo sull’umano, a imitazione di Cristo? E, di conseguenza, che cosa implica il fatto che una donna e un uomo vogliano che la loro unione sia “benedetta” da Cristo e diventi perciò Sacramento? Implica che l’unità delle loro persone sia intesa e vissuta in funzione del Regno di Dio, e quindi della gloria umana di Cristo. La vita stessa ci è stata data per questo. L’espressione “gloria umana di Cristo” indica il Mistero che in qualche modo si rende visibile, sensibile, tangibile, sperimentabile a causa di una realtà diversa che in suo nome si crea.

La famiglia è il luogo dell’educazione all’appartenenza, all’esperienza della paternità e, quindi, della maternità. Nella famiglia è evidente che l’elemento fondamentale di sviluppo della persona sta nell’appartenenza reciproca, coniugata, di due fattori: l’uomo e la donna.
Ed è nella famiglia che la vera appartenenza si rivela come libertà: l’appartenenza vera è libertà. La libertà, infatti, è quella capacità di aderire – fino all’immedesimazione e all’assimilazione – a ciò che ci fa essere, al nostro Destino, che è resa possibile dal legame con esso. Il primo aspetto della libertà è affermare un legame, altrimenti uno non cresce, perché non assimila più.
Se noi usassimo la nostra coscienza fino in fondo, se riflettessimo su noi stessi, non più bambini ma adulti, quale sarebbe l’evidenza più impressionante? Che in quel dato momento, nell’istante, io non mi sto facendo da me. Per cui io sono “qualcosa-d’altro-che-mi-fa”, sono come fiotto di sorgente. Perciò dire “io” con consapevolezza è dire “tu”, la parola più dignitosa e più umana del vocabolario. In questo istante io sono “tu-che-mi-fai”.
Per educare a questo senso dell’appartenenza che definisce la persona umana, occorre quasi un processo di osmosi o, per usare un’altra metafora, un “riflesso esemplare”. Vale a dire: l’educazione all’appartenenza accade se la coscienza di appartenere ad un altro è trasparente nei genitori. Quando c’è nei genitori, questa coscienza passa ai figli. Non attraverso dei discorsi: senza quella pressione osmotica, senza “riflesso esemplare” i discorsi stabiliscono nella coscienza dell’uditore, del figlio, solo degli ostacoli.