Ringrazio innanzitutto la comunità per la calorosa accoglienza.
I bambini e ragazzi in modo particolare che sono il fulcro della parrocchia.
Ringrazio chi guida questa comunità, il nostro sindaco Sacco Elisa.
Ringrazio il Vicario foraneo Don Francescantonio per la presentazione.
Ringrazio anche i confratelli e tutti i vari gruppi.
Ringrazio le autorità militari.
Ringrazio Don Mario per il suo apostolato in questa comunità e sinceramente lo invidio per la grazia che ha avuto in questi anni di avere avuto due vocazioni sacerdotali. Il più grande dono che possa avere un parroco è questo.
Ringrazio la comunità di Chiaravalle C.le e gli amici delle altre parrocchie, dove sono state parroco.
Lo so come avviene in questi momenti. Tutti stiamo in attento ascolto (sarà forse l’unica predica che uno ascolta parola per parola) per cercare di capire come sarà il nuovo parroco.
Un buon educatore, come lo è un genitore, interessa che il figlio diventi generatore della vita. amare significa vivere il sacrificio, anche del “castigare” cioè correggere dove il figlio rischia di vivere una strada che non porta alla meta.
Vivi con l’altro la speranza di essere sempre in cammino.
Desidera il suo bene. Come ci insegna Papa Leone XIV: “Un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: Sparire perché rimanga Cristo”.
L’apostolato del parroco è innanzitutto ravvivare la FEDE. Senza esperienza sacramentale non c’è salvezza.
Educare a vivere la CARITA’. Non volontariato o, peggio ancora, assistenzialismo, ma una caritativa che coinvolga e ti metta sempre in gioco con la realtà che cambia ed una povertà che spesso non è solo quella materiale ma esistenziale.
Ed infine la SPERANZA, l’ideale comune che viviamo anche con chi serve la comunità civilmente.
Una comunità ha bisogno di speranza. Senza, il tutto, si concluderebbe solo in un “trascinare” e Dio non cammina nella pianura.
L’uomo deve dare un senso a ciò che è domani.
Cos’è la speranza. Ve lo spiego riportando un pensiero di don Giussani: ”Nessuna madre mette al mondo un figlio se non ha la speranza del domani”.
Ogni volta che una famiglia lascia il paese perché non ha da vivere dignitosamente, ogni volta che si abbassa una saracinesca, ogni volta che c’è scritto vendesi sulla porta di una casa, è una sconfitta.
So che vi si siete chiesti: ”Chissà cosa farà con le nostre tradizioni ecc..”
Noi siamo custodi sì della tradizione, ma non chiudendo la cassa del tesoro della nostra storia, come se fosse un fatto privato di un gruppo.
Ebbene, una domanda: ”Cos’è veramente la tradizione?”.
Non è il ritualismo o il fare le cose senza sapere il perchè si fanno e rispondendo :”Si è sempre fatto così” che il più delle volte si traduce: ”Ho fatto sempre così e non voglio lasciare il posto ad altri”.
Le congreghe sono nate, come la parte operativa della parrocchia, quelle che oggi si chiamano Azione cattolica o Caritas parrocchiale e non il comitato festa della Madonna del Rosario o Immacolata.
Naturalmente i cambiamenti ci saranno e devono esserci, altrimenti che senso ha cambiare il parroco?
Il metodo pastorale è quello che ci insegna san Paolo: ”Vagliate tutto e trattenete ciò che vale”.
Questa è la vera critica. Il mettersi in gioco.
Siamo figli della Grecia. Critica si traduce con “crino” che, scritto in greco la “n” si scrive come se fosse una “v” così poi è nata la parola dialettale “criveri-setaccio”.
Ognuno di noi porta con sè la sua esperienza di fede e si mette sempre in gioco con il nuovo che Dio ti offre di fronte.
La critica è il metodo con cui ci si pone in ascolto l’uno dell’altro e si cerca non un compromesso (sarebbe un fallimento) ma si cerca ciò che è vero. Si parte dal reale per vivere poi l’ideale (non è l’utopia).
Al parroco ciò che sta a cuore è che la Chiesa sia piena e non la piazza.
Questo è il compito che spetta ad altri.
Concludo dicendo che per me ciò che conta è “vivere intensamente il reale” non nel senso di fare tante cose, ma di dare un senso al tempo.