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martedì, 4 Agosto 2020
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SARÀ PROCLAMATA BEATA LA LAICA CALABRESE MARIA ANTONIA SAMÀ. IL COMMENTO DELL’ARCIVESCOVO BERTOLONE

«Attraverso i secoli e le generazioni è stato costatato che nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia. Ad essa debbono la loro profonda conversione molti Santi, come ad esempio San Francesco d’Assisi, Sant’Ignazio di Loyola, ecc.». Questo passaggio della Salvifici doloris di san Giovanni Paolo II ben descrive la forza che si può sprigionare anche dal letto in cui giacque per ben 57 anni la “nostra” catanzarese Mariantonia Samà (1875-1953). Presto potremo invocarla come beata, la “monachella di Serra san Bruno”, come cominciarono a chiamarla. Era il 1918 quando le Suore di Isabella de Rosis l’aggregarono alla loro Congregazione nella quale emise i voti privati, coprendo il capo con un semplice velo nero. Il 18 dicembre 2017 papa Francesco l’ha proclamata Venerabile; la Consulta dei medici, nominata dalla Congregazione, ha esaminato i dati documentali e, il 15 luglio 2019, ha espresso voto positivo. Il 7 luglio 2020 il Congresso dei Cardinali e dei Vescovi dava, infine, il “via libera” al Santo Padre per autorizzare la liturgia per la Beatificazione. È la prima Beata nella storia dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace. Una donna rimasta nel suo letto in una povera e piccola casa a sant’Andrea allo Jonio: un bugigattolo, senza aria e priva di tutti i conforti. Ma, nonostante tutto, fu sempre calma e serena tra i dolori dell’infermità, desidera,  soltanto,  ricevere Gesù Cristo spesso nella santa Comunione.
Come ha potuto vivere “serena” e “gioiosa” in quelle condizioni di immobilità a letto e dipendenza totale dagli altri, senza mai lamentarsi, dicendo spesso al Crocifisso, posto di fronte a sé sulla parete: «Sia fatta sempre la Tua volontà»? Un grande e attuale messaggio in epoca di pandemia, quello di Mariantonia, dopo che abbiamo dovuto assistere a tante storie tragiche di morti e di malati a seguito del contagio. Benché inferma, ella divenne “occasione di salvezza” per chiunque le si fosse avvicinata. Aveva ben compreso che ogni vita, pur con menomazioni e/o deformazioni, è sempre un dono di Dio da accettare e vivere. Qual grande insegnamento per le persone di oggi, che spesso credono di poter “padroneggiare”, e talvolta “spadroneggiare”, sulla vita, dall’alfa all’omega! Fino alla morte, Mariantonia restò supina nel letto, con le ginocchia alzate e contratte, e fu in tutto dipendente dagli altri. Il suo fu un lungo e doloroso calvario, una vera via Crucis, che si trasformava in via Lucis. Quella luce parla ancora alla Calabria e all’Italia di oggi, sia mediante i segni (guarigioni, profezia, estasi, introspezione, profumo, bilocazione), sia soprattutto grazie alle virtù umane e cristiane (l’umiltà, la semplicità, la modestia, la serenità, la pazienza, la generosità, la fiducia nella Provvidenza, la carità e la disponibilità verso il prossimo).
Sulla sua prima tomba furono scritte queste parole: “Visse solo per amore; per 60 anni per amore si purificò; dal cielo addita a tutti la via dell’amore”. Tutto questo, dal suo letto di luce, Mariantonia dice ancora alla Calabria, sempre alle prese con molti problemi anche in condizioni di indigenza e di sofferenza, si può continuare a testimoniare il Signore. Mariantonia era un’analfabeta, che “insegnò” per tutta la sua esistenza, e fu per tutti una intensa e prolungata lezione di “teologia spirituale” e di “ascesi della sofferenza”. La figura esemplare di Mariantonia Samà è per la Chiesa un capitale unico, una proposta credibile di evangelizzazione sul dono della vita e sul mistero della sofferenza, mentre per la società di oggi è un forte richiamo a vivere le molteplici condizioni di povertà e di dolore all’insegna della vicinanza solidale, strumento straordinario per la costruzione della pace tra i popoli. La speciale preghiera, composta per la beatificazione, dice tra l’altro, rivolgendosi all’immagine che Mariantonia chiamava il “suo bel Gesù”: « Pregando Te e la Beata Vergine, Salute dei malati,/ divise il pane che le veniva donato/ con i tanti indigenti/ del contado». Nonostante il dolore, chi ha sofferto o soffre, si rivolge, come Ungaretti a Cristo: «Santo, Santo che soffri,/ Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,/ Santo , Santo che soffri/ Per liberare dalla morte i morti/ E sorreggere noi infelici vivi,/ D’un pianto solo mio non piango più,/ Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo, Santo che soffri» (Il dolore, Mondadori, Milano 1992, pp. 68-69).

                         + P. Vincenzo  BertoloneS.d.P., Arcivescovo di Catanzaro-Squillace