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lunedì, 12 Aprile 2021
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65 anni di sacerdozio. Simoni e quelle messe da carcerato con briciole e acini d’uva

Aveva poco più di quattro anni, quando sua madre lo trovò inginocchiato davanti a una cassapanca, intento in quello che sembrava uno strano “gioco”. «Che cosa fai?», gli chiese. «Non lo vedi? Sto celebrando la Messa».
Il cardinale Ernest Simoni la Messa la celebra ormai da 65 anni. Fu ordinato infatti il 7 aprile 1956 nella cattedrale di Scutari dall’arcivescovo Ernest Çoba (che sarebbe stato ucciso in carcere nel 1979). E il giorno successivo (quell’anno domenica In Albis) presiedette la sua prima Eucaristia. Da allora ha continuato a celebrare nonostante tutto e tutti, nei luoghi più impensabili, miniere e fogne di Scutari comprese, durante i 28 anni di lavori forzati cui lo condannò il regime di Enver Hoxha.
Oggi dunque per lui ricorrono quelle che in un matrimonio verrebbero definite le “nozze di pietra” nel senso della solidità. Paragone del tutto calzante non solo per la fede rocciosa dell’anziano «martire vivente», come lo ha definito papa Francesco, che gli ha conferito la porpora il 19 novembre 2016 dopo aver ascoltato la sua storia ed essersi commosso, durante la visita a Tirana nel 2014.
Ma anche perché don Ernest Simoni proprio come un matrimonio ha sempre vissuto il suo sacerdozio. Emblematico ciò che disse ai suoi aguzzini, i quali provarono a piegarlo anche con le lusinghe, offrendogli di insegnare all’Università di Tirana e di sposare una bella ragazza. «Io sono già sposato con la sposa più bella al mondo, la Chiesa Cattolica, ed è lei che voglio servire per tutta la vita».
Oggi il cardinale celebrerà in privato, ma solo a causa del Covid. Una “clausura” prudenziale che, come testimoniano i suoi affetti più intimi (vive infatti a Firenze insieme con il nipote Antonio Simoni e la sua famiglia), lo affligge quasi quanto la prigionia vera e propria.
Dal giorno della sua liberazione avvenuta nel 1990 e fino all’arrivo della pandemia non si è mai fermato. E nonostante i 92 anni compiuti lo scorso 18 ottobre, continuava a visitare parrocchie e incontrare i fedeli in Albania, come in Italia e negli Stati Uniti, dove pure ci sono molti gruppi della sua patria. Proprio la comunità albanese di Montespertoli, nei pressi del capoluogo toscano, l’11 aprile prossimo – per felice coincidenza anche stavolta domenica In Albis – si sta preparando ad accoglierlo per la Messa di ringraziamento, norme anticoronavirus permettendo.
«Sono felice e grato al Signore per il dono del sacerdozio – dice il cardinale ad Avvenire -. I due anni precedenti all’ordinazione li avevo passati a fare il servizio militare obbligatorio ed erano stati tra i più difficili di tutta la mia esistenza. Il regime sapeva che volevo diventare sacerdote e gli ufficiali mi rendevano la vita impossibile. Temetti più di una volta che volessero uccidermi. La gioia che provai il giorno in cui sono stato ordinato era mista alla gratitudine a Dio per avermi salvato. Non saprei esprimerla a parole».
Ma per dare un’idea il cardinale ricorda: «Mi ripetevo e mi ripeto tuttora: chi sono io, povero uomo e peccatore, per prendere nelle mie mani il corpo di Gesù? Oggi ribadisco il mio amore a Cristo e alla Chiesa, come ho cercato di fare ogni giorno in questi 65 anni».
Anni in cui il bambino che “giocava” a dire Messa ha posto il memoriale del sacrificio di Cristo al centro della sua esistenza. Al termine di una celebrazione eucaristica fu arrestato nella sua parrocchia di Barbullush, villaggio vicino a Scutari, la notte di Natale del 1963.
La Messa poi l’ha celebrata anche in condizioni estreme e a rischio della vita. «Mettevo da parte le briciole di pane e spremevo gli acini d’uva e facevo la consacrazione – racconta –. Le guardie non capivano e pensavano che ero pazzo. La Madonna mi ha protetto».
Il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che lo ha nominato canonico del capitolo del Duomo, così sottolinea questo anniversario: «La nostra Chiesa fiorentina ha accolto un testimone della fede, da onorare e a cui mostrare gratitudine per le sofferenze subite a causa della sua fedeltà a Cristo. Da lui ha però ricevuto ancora di più: l’esempio di una intensa vita di preghiera, che egli ci indica come la radice necessaria dell’esistenza del discepolo di Cristo; la dedizione pastorale a quanti chiedono la sua presenza nella semplicità delle nostre parrocchie, soprattutto le più piccole e marginali; la vicinanza e l’esercizio della misericordia verso le persone afflitte e tribolate dal male. Il Signore gli dia ancora tanta salute per poter continuare ad attingere al dono della sua persona e del suo ministero».
Mimmo Muolo www.avvenire.it