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sabato, 8 Agosto 2020
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IL RISVEGLIO DI AIMARA (testimonianze)

IL RISVEGLIO DI AIMARA
Che cosa vuol dire «vivere la vita come vocazione»? E «rispondere al Signore attraverso le circostanze»? Riguardare la quarantena, presi dal lavoro e dalla famiglia, alla luce delle provocazioni dell’eBook sulla pandemia. Lettera da Caracas

Quando ho letto Il risveglio dell’umano ero pronta a trovare elementi che mi aiutassero a vedere la realtà come un alleato. Questo punto, che mi ha tanto sorpresa nei miei primi passi nel movimento, è diventato oggi lo strumento principale per la maturazione della mia fede. Non dare nulla per scontato e capire che la difficoltà «è il luogo in cui si gioca il compimento della vita» mi fa guardare la realtà con altri occhi. Tuttavia, mentre procedevo nella lettura nel testo, ciò che mi ha veramente sorpresa è stato trovarmi davanti al tema della vocazione.
Il più grande contributo che offriamo al mondo è il nostro “sì” alla chiamata del Mistero, il nostro “sì” a Cristo, la fede, e non in primo luogo ciò che siamo capaci di fare.

All’inizio della quarantena ho avuto intense conversazioni in merito al fatto di lavorare o no, nelle circostanze che stavamo vivendo. All’inizio lo vedevo come un esercizio di evasione. Un modo per tenersi al riparo dalla realtà. Mi dava molto fastidio, perché chi voleva evadere cercava di costringermi a continuare, mentre io volevo solo fermarmi e stare in silenzio, leggere e pregare.
Un giorno ho avuto l’opportunità di parlare con un’amica dottoressa che mi ha confessato la sua frustrazione perché non poteva far nulla se non confinarsi, proprio nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria. Quando ho inteso il forte richiamo – che sentivo – a fare qualcosa non come un meccanismo di fuga, ma come un autentico desiderio di contribuire con la mia parte in mezzo alle circostanze, ho capito che la mia argomentazione non era del tutto valida.

Ci sono stati momenti in cui ho avuto la sensazione che non mi dispiacesse rimanere senza lavoro, perché non condividevo per nulla la direzione che si stava prendendo, o perché semplicemente non ero d’accordo sull’andare avanti. Poi mi sono chiesta: perché non sento lo stesso desiderio e lo stesso impegno di lavorare che ha la mia amica? Mi vedo a fare un altro lavoro? Forse questa cosa non fa per me? Ma quando ho ripreso il mio lavoro l’ho fatto con lo stesso gusto e la stessa volontà di sempre.
A questo punto penso che le circostanze non fossero lì per mettere alla prova la mia vocazione professionale, ma per dare il giusto valore alla mia vocazione familiare. Sono una donna che lavora, che ha sempre amato lavorare, essere efficiente in quello che fa e guadagnare. Forse quello che dovevo capire era il vero valore della famiglia nella mia vita.
Parlando con la mia amica medico siamo arrivate al punto di riconoscere che le vocazioni, a quanto pare, non sono semplici per natura, perché altrimenti non riusciremmo a dar loro il giusto valore. Se tutto è facile non ci sono domande, non ci sono decisioni, non c’è da giudicare le cose. Da parte mia, le ho raccontato quanto sia stato difficile il mio matrimonio e come tuttavia, dopo sette anni, io e mio marito siamo ancora insieme e che, a questo punto, pensiamo che tutto quello che abbiamo vissuto doveva accadere, proprio perché capissimo che questa era la nostra vocazione: essere una famiglia.

Quando mia figlia si è ammalata, mi è stato chiaro che non c’era niente di più importante di lei, non importava il tempo o il denaro, non importavano il riposo o gli impegni che avevo. Ero disposta a sacrificare tutto per lei e ho anche pensato di lasciare il mio lavoro, se necessario.
Poi, al prolungarsi del periodo di quarantena, e davanti alle ulteriori complicazioni dovute al rincaro dei prezzi, alla scarsità di benzina, e quindi alla difficoltà di muoversi, ci si è presentata una soluzione alla quale non avrei mai pensato in altre circostanze: trasferirmi a casa di mia suocera per passare insieme la quarantena, aiutandoci e accompagnandoci.
«Vivere la vita come vocazione significa tendere al Mistero attraverso le circostanze in cui il Signore ci fa passare, rispondendo a esse».
Se le circostanze non fossero diventate così complicate, sono sicura che non avrei detto questo “sì”, questo “sì” alla mia vocazione al matrimonio. Avrebbero prevalso i miei criteri, le mie pretese, le mie condizioni e avrei perso l’occasione di vederci sorprendentemente felici di stare insieme.

Sono grata per questa «compagnia umana» che mi sostiene e mi aiuta, anche senza saperlo, nel mio cammino verso il mio destino.

Aimara, Caracas (Venezuela)