martedì, 7 Febbraio 2023
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INCONTRO CON I FRANCESCANI – 4 GIUGNO


Colgo l’occasione di questo incontro per ringraziarvi per l’invito e per l’aiuto a riflettere insieme sul vero valore della Chiesa, al di là del senso di appartenenza ad una parrocchia o al cammino del Francescanesimo come il vostro. E’ bene riflettere prima sulla fonte e da lì far partire il rubinetto, cioè, quella testimonianza che fa capire sia a noi stessi che agli altri che la Chiesa è un dono che noi viviamo.
Vi riporto il passaggio di Don Primo Mazzolari:” Custode di un’eredità che non muore. Anello di comunicazione misteriosa e magnifica tra la patria delle cose puerili e quella delle cose eterne: stranamente vituperata nei giorni dell”ira e vivamente necessaria agli stessi vituperatori nei giorni dell”infortunio. Tu, o Chiesa, possiedi un libro, una croce, un pane con cui puoi alzare gli schiavi, insegnare, benedire, compiangere”.
Essere custodi, significa vivere la tradizione della Chiesa in continuo movimento e non pensare mai di fermarsi. Spesso, al sinodo sui giovani, Papa Francesco ci provoca:” Che solo con i giovani non invecchia ed è in grado di trovare un antidoto alla logica velenosa del “si è sempre fatto così”.
Dobbiamo essere giovani nello spirito, cioè, metterci sempre in gioco.
“Predicate il Vangelo e, se è proprio necessario, usate anche le parole”. (San Francesco)
In questi giorni in cui festeggiamo la tredicina di Sant’Antonio, mi veniva in mente il passaggio del film sul santo e sul dialogo avuto con San Francesco, quando quest’ultimo gli chiese di non aver timore a predicare e, in particolare, a mettersi in confronto con l’eresia dei Catari.
Cosa siamo noi nella Chiesa e cosa possiamo fare per imitare in particolare i santi come Francesco e Antonio?
“Ciascuno manifesti con fiducia all’altro le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, con quanto più affetto uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?” (San Francesco)
Nutrire e non far digiunare, cioè, non togliere all’altro quella speranza di vivere una Chiesa in Comunione. Molte volte cadiamo nell’errore di vivere apparentemente l’appartenenza al nostro ordine o gruppo, ma in realtà c’è una chiusura in se stessi.
Quanto amo veramente la mia Chiesa?
Vivo quell’amore che mi nutre ogni giorno, oppure aspetto che l’altro inciampi per spingerlo ancora più in basso?
Il salmo ci fa comprendere il male che, spesso, si riscontra in una Comunità. ” Stavamo volentieri insieme, insieme andavamo al tempio del Signore”.
Il male, più volte, viene da chi vive con te un “presunto” cammino di fede, quando si pensa di camminare ma in realtà ci si allontana l’uno dall’altro, quando non si segue un vero ed unico ideale.
L’amicizia cristiana è questo unico ideale a cui si arriva per strade diverse e dalla diversità dei carismi.
“Siamo arrivati da mille strade diverse, in mille modi diversi….” È uno dei canti che preferisco.
Bisogna amare la Chiesa non solo perché apparteniamo per il sacramento del Battesimo ricevuto, ma perché, ora, da adulti lo viviamo.
Non devo scandalizzarmi perché la Chiesa è mia madre. Devo guardare ai peccati e alle mancanze come guarderei ai peccati e alle mancanze di mia mamma. E quando io mi ricordo di lei, mi ricordo innanzitutto di tante cose belle e buone che ha compiuto, non tanto delle mancanze o dei suoi difetti. Una madre si difende con il cuore pieno d’amore, prima che con la parole. Mi chiedo se nel cuore di molti che entrano in questa dinamica degli scandali ci sia l’amore per la Chiesa“. (Papa Francesco)
Quando un mio amico domenicano ha festeggiato i suoi 50 anni di sacerdozio, nel saluto gli riportavo un passo di Dante:”San Domenico e san Francesco le due ruote del carro che è la Chiesa”.
Queste ruote continuano a muoversi.
In occasione della festa di Pentecoste, riprenderò il bellissimo paragone di Papa Francesco:”La Chiesa è come una bicicletta: Finché è in movimento non cade”.
Muoversi per andare dove?
Il passaggio delle religiosità alla fede, penso si possa sintetizzare così:”Passare dal Gesù storico al Cristo Risorto”.
Vivere questa divinità che ci ha divinizzato. Così direbbe san Tommaso d’Aquino.
L’ideale, cioè, la meta a cui dobbiamo guardare e riporre il nostro cammino è e rimane Cristo.
Non cercare te stesso nelle cose, ma vivi questa ricerca la quale fa sì che le cose e la realtà abbiano un senso!
“Vivere intensamente il reale” diceva Don Giussani. Vivere la nostra vocazione, il nostro destino, in quella costante ricerca del senso delle cose.
Concludo con un’espressione che riprendo spesso:”Due volte si nasce. La prima è quando vieni al mondo, la seconda è quando scopri il perché”.
Viviamo nella preghiera questa seconda domanda, questa continua amarezza che, passo dopo passo, ci fa scoprire la rivelazione di Dio nella nostra vita e la certezza che Egli è gioia del cuore.
La preghiera ci fa essere Comunità in comunione.