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lunedì, 3 Agosto 2020
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OMELIA GIOVEDI’ SANTO ANNO C 2019


Con l’inizio del nuovo millennio, si assiste ad un “annacquamento” della fede. Più volte dialogando con voi, riportando alla memoria la nostra storia, vi dicevo che c’è stato un calo di presenze nelle nostre Chiese dal 2000 in poi.
Tale concetto è stato ripreso da Benedetto XVI alla G. M. G. di Colonia del 2005:”L’educatore alla fede, non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo”.
Notavo appunto come tale fenomeno si incrementa sempre di più.
Lo si riscontra dal fatto che a tutti i costi vogliamo dimostrare il Mistero.
Ma Dio è e rimane tale, nonostante tutti nostri sforzi.
Rischiamo di vivere ciò che la Chiesa prima chiamava “Positivismo”, una scienza che ha sostituito la fede. Si crede solo a ciò che si vede, anzi a ciò che vogliamo vedere o che possiamo fare.
Oggi celebriamo la festa dell’istituzione dell’Eucarestia. Non soffermiamoci solo alla lavanda dei piedi, come a voler proporre una fede che è tale solo se si fanno le opere.
L’allora card. Ratzinger, nell’introduzione al Cristianesimo (pag. 65), diceva:”La persona, in effetti, non vive del solo pane fattibile, ma dall’ essere umano, proprio da ciò che è specifico della sua umanità. Vive di parola, di amore, di senso della realtà. Il senso è il pane di cui l’uomo vive nel più profondo del suo essere uomo”.
Si vuole sostituire questo “senso” che è il motore della vita, con il fare che rimane solo l’emozione del momento.
Confrontiamoci con l’esperienza dell’altare della riposizione, chiamati erroneamente “i sepolcri”. Si soffermiamo sull’esteriorità, come al voler ammirare la cornice di un dipinto, dimenticando che al centro della vita del cristiano, prima del fare c’è l’adorazione.
L’incontro con Cristo rende il cuore dell’uomo colmo di un amore che poi condivide con il prossimo, anzi si fa prossimo.
La parola latina è ‘ad-oratio’, contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è amore”. (Bendetto XVI Colonia 2005)
Nel Natale del 2017 in un’altra parrocchia, riportavo nell’omelia questa domanda:”Dio è?” se prima non ci si pone la domanda, non ci può essere una risposta che coinvolge la tua vita.
Esiste Dio nella tua vita come finalità del tutto, oppure è solo quel Mistero che vorremmo lasciare ad una certa distanza dalla nostra vita?
Mi colpiva un passo dell’opera di Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo pag. 48, dove, facendo un confronto con la religiosità asiatica, l’autore riportava questa promozione:”Ci chiediamo se non sarebbe stato quasi meglio che Dio ci avesse lasciati a una distanza infinita”.
Effettivamente, non sarebbe stata più agevole la sola contemplazione?
Gesù si è fatto carne e in quella realtà che condividiamo nell’Eucarestia, noi viviamo un rapporto che ci porta a confrontarci con la realtà. Non possiamo trascendere Dio dalle cose, come a voler separare la nostra fede da un confronto col reale. Non possiamo ridurre al solo individualismo o contemplare la nostra fede nel solo gruppo in cui viviamo la simpatia verso la Chiesa. Come spesso si nota nel ragionamento di alcuni, che vivono una parrocchia, limitata al solo gruppo di cui “si pensa” di appartenere.
Dio è Mistero e rimane tale. In questa apertura della fede, la lavanda dei piedi, il servizio, non è più una “spettacolarità”, un fatto per voler dimostrare che Dio esiste, ma è carità che si unisce, si amalgama con il cuore che cerca ogni giorno una risposta al senso del cammino.
Io credo che Dio, anche se mistero, è la fonte di ciò che vedo e non viceversa.
Nell’incontro con Cristo, l’uomo riscopre il senso della sua vita.
Chi è Cristo? “È colui che ha “di-spiegato Dio, facendolo uscire da se stesso”.(Ibidem 47)
Cristo ha reso reale quel Mistero a cui il nostro cuore tende per la ricerca di un senso che fa sì che il nostro fare non sia limitato al nostro cercare di vivere un acquietamento della coscienza ma un continuo inizio del cammino tra il reale, un vivere la verità di un amore con il prossimo.
Credere significa non limitarsi a ciò che si ha di fronte, ma andare oltre,
confrontarsi continuamente con se stessi, ricercare la fede e non fede che c’è in noi. Cristo non ci vuole tranquilli, anzi come diceva Peguy:”Dopo aver incontrato Cristo non troverai più riposo”
Un bellissimo racconto di Martin Buber racconta in sintesi la storia di un uomo ateo che cerca una conferma se Dio esiste o meno e quando incontra un rabbì, quest’ultimo lo spiazza con questa risposta:”Figlio mio, i grandi della Torah con i quali tu hai polemizzato, hanno sciupato inutilmente le loro parole con te. Quando te ne sei andato hai riso sopra. Essi non sono stati in grado di porgerti Dio e il suo regno; ora, neppur io sono in grado di farlo. Ma pensaci, figlio mio, perché forse è vero”.(Ibidem pag. 38)
Il dubbio ci porta a confrontarci con l’altro e con noi stessi.
Nessuno è in grado di porgere agli altri Dio e il suo regno, nemmeno il credente a se stesso”. (Ibidem pag. 39)
Il “forse” ci spinge alla ricerca del Dio che esiste, che si è fatto uomo e che si è fa carne ogni volta che celebriamo l’Eucarestia. Viviamo questa comunione che si fa viatico nel cammino che ci porta in avanti!
Questo dramma comporta sempre una scelta: Confrontarsi con l’esistenza di Dio nella vita. Riportare al cuore ciò che riportò in un intervista Oriana Fallaci dopo aver incontrato Benedetto XVI:” Sono un’atea, sì. Un’atea-cristiana, come sempre chiarisco, ma un’atea.. Ma sapete che cosa dice lui agli atei come me? Dice: « Allora Veluti si Deus daretur. Comportatevi come se Dio esistesse».
Solo partendo dalla contemplazione dell’amore del Padre, vivremo un cammino verso la Resurrezione che ci porterà a questo Oltre, al Mistero che ci coinvolge nel dare un senso a ciò che siamo, prima del ciò che facciamo!